La guerra cognitiva : Quando il cervello diventa campo di battaglia
Il libro che accompagna il podcast
Ciò che conta, e che è bene tenere a mente, è che avere il potere di determinare ciò che un chatbot risponde significa avere il potere di manipolare l’interlocutore.
La mente sotto assedio
Come non lasciarsi manipolare nell’era dell’intelligenza artificiale
Bruno Giussani, 2026, Edizioni Casagrande, Bellinzona
L’intera stagione
Questa serie in sei parti (integrata da un « episodio bonus » con una fiction immersiva) è stata scritta e presentata da Bruno Giussani, esperto di questioni sociali legate alle tecnologie digitali. Esplora una dimensione invisibile ma cruciale dei conflitti contemporanei: l’integrità della nostra mente.
Trascrizione
State ascoltando Deftech podcast, il podcast di prospettiva tecnologica di Armasuisse.
Prima stagione, episodio 4: La guerra cognitiva: quando il cervello diventa campo di battaglia.BRUNO GIUSSANI
Più di cinquanta conflitti armati sono in corso nel mondo. Conflitti « cinetici », in cui forze militari o milizie utilizzano fucili, carri armati, aerei, droni e missili per infliggere danni materiali e umani al nemico.
Sono i conflitti che vediamo in televisione, pieni di violenza, sangue e distruzione.
Ma ce ne sono molti altri che non vediamo. Non dichiarati, invisibili, che non causano danni fisici, in cui la parte che viene attaccata spesso non sa nemmeno di esserne il bersaglio. I loro strumenti sono l’informazione, i computer, le reti digitali e gli algoritmi, la psicologia, la linguistica e la neurobiologia.
C’è una parola che non abbiamo usato nelle puntate precedenti di questo podcast: « guerra ». Ma i conflitti che ho appena descritto s’iscrivono in un nuovo approccio alla guerra.
La « Guerra Cognitiva ».
E’ il titolo di un articolo pubblicato nel 2020 da François du Cluzel, un ricercatore francese della NATO. Inizia con queste parole:
VOCE SINTETICA
La natura della guerra è cambiata. La mente umana è ora considerata un nuovo dominio di azione bellica.
BRUNO GIUSSANI
Il testo di Cluzel contiene solo pochi riferimenti alla guerra dell’informazione, alla propaganda, alla disinformazione e alle « psy-ops », le operazioni psicologiche. Non si sofferma molto neppure sulla cyberguerra, gli attacchi informatici che sono diventati una costante dell’era digitale. E non fa alcun accenno al ruolo del « soft power ».
Evidenzia invece un altro livello di rischio: la minaccia cognitiva, il cui obiettivo non è di sottrarre dati o di influenzare il pensiero degli individui attraverso informazioni manipolate. Punta piuttosto a cambiare il loro modo di pensare, a diminuire la loro capacità di capire e orientarsi nel mondo, e di decidere autonomamente le proprie azioni.
Lo strumento centrale di questa guerra, come abbiamo visto nel terzo episodio, è lo sfruttamento, attraverso la tecnologia, della conoscenza sempre più dettagliata e intima delle persone e delle loro menti. « Dati » e neuroscienza.
Quella di Cluzel non è una proiezione futura. La guerra cognitiva è già qui. È un insieme di pratiche e tecnologie di sovversione già utilizzate, con più o meno successo, da una moltitudine di attori, statali e non statali.
Prestate attenzione al termine usato da Cluzel: « un nuovo dominio » della guerra. Gli eserciti moderni sono generalmente organizzati in cinque domìni: terra, mare, aria, spazio e cyberspazio. A questi si aggiunge ora la minaccia cognitiva. Diventa il sesto dominio, dove psicologia, neurobiologia e tecnologia convergono al servizio di un’idea che, in realtà, è molto antica: quella della vittoria senza combattimento.
Un’idea proposta già 2500 anni fa da Sun Tzu nel suo trattato « L’arte della guerra« .
Lo stratega cinese suggerisce di essere invisibili e inudibili per, citazione, « controllare il destino dei propri avversari« . Perché l’arte della guerra, scrive, « consiste nel sottomettere il nemico senza combattere ».
JINGLE
Il Deftech Podcast fa parte del dispositivo di previsione tecnologica di armasuisse Scienza e Tecnologia.
Sono Quentin Ladetto, responsabile di questo programma di ricerca. La nostra missione è di anticipare gli sviluppi tecnologici e i loro utilizzi, al servizio del Dipartimento Federale svizzero della Difesa, della Protezione Civile e dello Sport, come pure del pubblico.
In questa prima stagione di sei episodi, intitolata « La Minaccia Cognitiva », ho chiesto a Bruno Giussani, specialista degli impatti sociopolitici delle tecnologie digitali, di decifrare le sfide dell’integrità cognitiva e della sicurezza.
Con l’aiuto di esperti – le cui voci sono tutte state doppiate utilizzando l’intelligenza artificiale – Bruno ci guida attraverso un’esplorazione del rischio cognitivo nell’era degli schermi onnipresenti, dell’intelligenza artificiale e delle neurotecnologie.
Si parlerà di meccanismi, impatti individuali e collettivi, rischi, e anche, naturalmente, di possibili risposte!
BRUNO GIUSSANI
Nel pomeriggio di mercoledì 18 settembre 2024, il Consiglio nazionale, una delle due camere del Parlamento svizzero, stava discutendo della missione dell’esercito, quando la deputata centrista Isabelle Chappuis prese la parola:
ISABELLE CHAPPUIS
Cari colleghi e care colleghe, immaginate un mondo in cui i vostri pensieri non vi appartengono più veramente
BRUNO GIUSSANI
Un’entrata in materia che fece tacere l’aula, focalizzando l’attenzione sulla sua proposta: includere il sesto dominio, quello cognitivo, tra i principi attorno ai quali si articola la missione dell’esercito svizzero:
ISABELLE CHAPPUIS
La guerra cognitiva è un tipo di conflitto nuovo, più ampio e profondo della manipolazione delle informazioni o della propaganda che già conosciamo.
Mira a modificare la nostra percezione e risposta alla realtà, gradualmente e in modo subdolo, senza il nostro consenso e spesso senza che ce ne rendiamo conto.
Come funziona in pratica? Sfruttando una comprensione sempre più approfondita delle nostre funzioni cerebrali, grazie all’intelligenza artificiale e a un arsenale in continua evoluzione di strumenti basati sulle neuroscienze.
Queste tecnologie, inizialmente sviluppate per scopi positivi, possono ora essere utilizzate per portare la guerra dentro la mente umana
BRUNO GIUSSANI
Molte di queste tecnologie promettono, alla base, di migliorare le nostre prestazioni cognitive. Esse tuttavia creano anche la possibilità di influenzare il nostro modo di pensare e di prendere decisioni, sia su scala specifica – quella dell’individuo – che su scala universale – tutta la società.
Ma – domanda – è davvero di una questione di sicurezza nazionale, da affidare alle forze armate?
ISABELLE CHAPPUIS
Sì. Perchè la guerra cognitiva permette di aggirare le regole classiche del conflitto armato.
Può essere condotta a basso costo, in tempo di pace, senza una dichiarazione di guerra, rendendone molto difficile l’individuazione e la difesa.
Inoltre, non conosce limiti temporali né geografici.
La guerra cognitiva non è ancora considerata dalle dottrine militari consolidate, e non esistono regole internazionali
BRUNO GIUSSANI
Quel pomeriggio, la proposta della deputata ottenne la maggioranza dei voti in Consiglio Nazionale. Tre mesi dopo, anche l’altra camera del Parlamento, il Consiglio degli Stati, votò a favore.
Da allora, l’integrità cognitiva è parte integrante della missione difensiva dell’esercito svizzero. Difesa contro un tipo di conflitto poco costoso, sfuggente, che non causa danni materiali, che erode il confine tra pace e guerra, e che può essere plausibilmente negato.
Se Sun Tzu era un sostenitore della guerra senza combattimento, un altro stratega ha influenzato profondamente generazioni di militari favorendo l’approccio opposto.
Nel suo saggio « Sulla guerra », pubblicato postumo nel 1832, il generale prussiano Carl von Clausewitz parla del primato del combattimento, della battaglia come momento privilegiato e decisivo, in cui le differenze vengono risolte con la violenza armata.
Verso la metà del secolo scorso, il pensiero clausewitziano fu reso obsoleto dall’avvento delle armi nucleari e dal principio di deterrenza. Il loro immenso potere distruttivo ne rende l’uso infatti quasi impossibile.
Ma non divaghiamo. Torniamo al nostro tema da una via secondaria. Gli ultimi quarant’anni hanno visto il trionfo di un’altra tecnologia trasformativa, questa volta non militare: lo sviluppo delle catene di approvvigionamento globali, le « supply chains« , la logistica del trasporto di merci.
Vi chiederete: e cosa c’entrano?
In effetti, il loro sviluppo è stato guidato da considerazioni puramente economiche: la ricerca di costi di manodopera e di produzione più bassi e il libero scambio. È stato reso possibile da tecnologie che permettono un coordinamento sempre più sofisticato e una visibilità quasi in tempo reale dei flussi di merci, accompagnate da pratiche gestionali come il just-in-time e la minimizzazione delle scorte. L’esistenza di queste catene di approvvigionamento è una testimonianza dell’immensità dell’ingegno umano.
Qualunque cosa uno pensi dell’economia globalizzata e dei suoi effetti – e gli effetti nefasti sono numerosi e profondi – si tratta di una tecnologia organizzativa di formidabile sofisticazione.
Oltre ad aver contribuito alla globalizzazione economica, che non è il nostro tema, le catene di approvvigionamento globali hanno avuto anche un altro effetto. E questo ci interessa perché ha implicazioni per la sicurezza. Hanno avvolto quasi tutti i paesi del mondo in una rete di interessi economici reciproci e di interdipendenza. Ciò ha aumentato, e di molto, il costo e le conseguenze del conflitto armato diretto, che distrugge vite umane, entità sociali ed economiche e infrastrutture.
Ne è conseguito un interesse crescente per la guerra cognitiva. È invisibile, scalabile, poco costosa, non crea perturbazioni materiali e può essere condotta senza causare gravi danni all’infrastruttura della globalizzazione. Sebbene la guerra cognitiva neghi la visione di Clausewitz della battaglia violenta come momento di risoluzione delle differenze, essa è però pienamente in linea con quello che egli considerava lo scopo della guerra.
Nella prima pagina del suo trattato infatti, scrive: « La guerra è un atto di violenza volto a costringere l’avversario a fare la nostra volontà« .
Immaginiamo, con l’aiuto di una voce sintetica, una versione contemporanea di Clausewitz che avrebbe accesso a TikTok, a ChatGPT e alle ultime scoperte neurobiologiche:
VOCE SINTETICA
La guerra è un atto di interferenza informativa e di manipolazione cognitiva ideato per costringere l’avversario a fare la nostra volontà.
BRUNO GIUSSANI
Sebbene sia il più recente tra i domini della guerra contemporanea, il cognitivo è probabilmente il più esteso e importante, poiché riguarda la capacità di leggere la realtà e di agire su di essa, e quindi la condotta di tutti gli altri.
Americani, russi, cinesi, francesi e molti altri conducono da anni programmi di ricerca e sperimentazione in questo campo.
MAURO VIGNATI
Gli eserciti sono interessati a queste tecnologie, da un lato, principalmente per potenziarsi, per sfruttarle per amplificare le proprie capacità operative e quelle del loro personale e ottenere così una superiorità cognitiva.
Se vi viene in mente l’immagine del « soldato aumentato » di certi film futuristici: non siamo ancora lì, ma è sicuramente la direzione nella quale stiamo andando.
D’altro canto, l’intelligenza artificiale e le neurotecnologie sono anche considerate come armi per attaccare e degradare le facoltà cognitive del nemico, o per difendersi da tali attacchi.
BRUNO GIUSSANI
La voce che avete appena sentito è quella di Mauro Vignati, specialista della questione presso il Comitato Internazionale della Croce Rossa:
MAURO VIGNATI
Da un lato, gli eserciti devono proteggere i propri soldati e ufficiali, nonché la loro capacità di comprendere e prendere decisioni, dalle interferenze nemiche.
In questo senso, queste tecnologie possono contribuire a migliorare le loro prestazioni cognitive per far fronte alla crescente complessità della guerra.
Dall’altro, devono anche difendere la popolazione da infiltrazioni cognitive che possono minacciare la stabilità sociale, minare la fiducia tra cittadini e istituzioni, offuscare la percezione del rischio o indebolire la volontà di difendersi.
BRUNO GIUSSANI
Attardiamoci per un attimo sul primo punto sollevato da Vignati – la preservazione delle capacità decisionali – e proviamo a spiegarne il significato con un esempio. Esiste uno strumento per la pianificazione e l’esecuzione delle operazioni militari chiamato « il ciclo OODA », acronimo che sta per Observe, Orient, Decide, Act – Osservare, Orientarsi, Decidere, e Agire. È uno strumento che migliora la reattività e l’adattabilità degli eserciti, fornendo un quadro strutturato per il processo decisionale.
Ci sono due modi per operare all’interno di questo quadro.
Si può vincere completando il proprio ciclo più velocemente dell’avversario, oppure penetrando il suo ciclo con l’obiettivo di alterarlo.
Sebbene le quattro fasi appaiano equivalenti e sequenziali, il ciclo OODA dipende fortemente dalla seconda « O », l’orientamento, cioè l’analisi delle informazioni per decifrare la situazione e la posta in gioco. Ed è su quello che si concentrano le strategie di guerra cognitiva.
Se il nemico riesce a disorientarvi, poco importano l’altra O, la D e la A – quanto sia acuta la vostra osservazione, quanto veloci siano le vostre decisioni e efficaci le vostre azioni: sarete comunque indeboliti.
Questo rischio di disorientamento non è esclusivo dell’ambito militare. È diffuso:
MAURO VIGNATI
Viviamo in un contesto intriso di tecnologia e in sovra-informazione costante. La chiamiamo l’economia dei dati’, la « data economy », ma in realtà la sorveglianza e l’acquisizione dei dati sono semplicemente gli strumenti.
Il nocciolo di questa nuova guerra, come hanno chiaramente dimostrato qualche anno fa lo scandalo Cambridge Analytica e il suo ruolo nelle elezioni statunitensi e nel voto sulla Brexit, è l’influenza che può essere esercitata sul comportamento umano, sia esso commerciale, sociale, politico o militare
BRUNO GIUSSANI
La penetrazione digitale delle nostre vite quotidiane dà forma all’ambiente in cui questa influenza si manifesta.
Da sola dietro il proprio schermo, ogni persona diventa un potenziale bersaglio, ma anche un potenziale partecipante – un « soldato involontario » – nella battaglia cognitiva:
MAURO VIGNATI
La propaganda, l’assorbiamo in modo passivo. Ma nella guerra cognitiva, senza rendercene conto, ognuno di noi partecipa a plasmare l’ecosistema informativo.
Lo facciamo generando enormi quantità di dati, ma anche diffondendo informazioni.
Ad esempio, ogni volta che condividiamo un link a un video o a un articolo su un « social » senza esserci presi la briga di leggerlo o verificarlo, corriamo il rischio di prendere parte a una campagna di influenza cognitiva.
BRUNO GIUSSANI
Tecnologie che avrebbero dovuto democratizzare, aprire e renderci più uguali vengono quindi ora utilizzate per influenzare e per manipolare.
Torniamo a Jean-Marc Rickli, che abbiamo incontrato in una puntata precedente:
JEAN-MARC RICKLI
Tutte queste tecnologie sono a duplice uso. In genere, sono state progettate principalmente per scopi positivi: per usi civili, professionali, commerciali, ricreativi e terapeutici, per comunicare con gli amici o accedere a informazioni o altri aspetti della vita quotidiana. Ma vanno comunque a costituire un’infrastruttura per l’accesso diretto al nostro corpo e al nostro cervello.
L’uso crescente di queste tecnologie nella nostra vita quotidiana crea un fenomeno di assuefazione e dipendenza, che indebolisce la nostra capacità critica e ci rende meno sensibili ai rischi che esse rappresentano.
BRUNO GIUSSANI
L’osservazione di Rickli sull’assuefazione attraverso l’uso quotidiano va ben oltre i dispositivi a cui pensiamo subito, in particolare gli smartphone.
Infatti, porzioni sempre più ampie dell’ambiente nel quale viviamo sono governate da algoritmi: il frigorifero connesso che può controllare la quantità che consumiamo di un dato prodotto; la televisione « smart » che non solo sa cosa stiamo guardando, ma ci punta una telecamera addosso mentre lo facciamo; lo specchio connesso, che potrebbe rilevare la nostra stanchezza e consigliarci – ma probabilmente anche condividere le informazioni con altri che sapranno come usarle.
La tecnologia pervasiva può avere un impatto sulla nostra cognizione semplicemente per il fatto che esiste tutt’attorno a noi.
A ciò fa eco l’analisi degli autori cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui, rispettivamente generale e alto funzionario pubblico, il cui libro del 1999 « Guerra senza limiti » include il seguente paragrafo:
VOCE SINTETICA
Deve essere chiaro che il nuovo concetto di armamento sta dando vita ad armi strettamente legate alla vita delle popolazioni civili.
Se la nostra prima osservazione è che la comparsa di armamenti di nuova concezione porterà certamente la guerra futura a un livello difficile da immaginare per gli individui – e persino per i militari – la seconda è che il nuovo concetto di armamento susciterà grande stupore – sia tra la gente comune che tra i militari – causato dal fatto che oggetti banali e familiari possono anche diventare armi da guerra.
Crediamo che un bel mattino la gente si sveglierà e scoprirà con sorpresa che oggetti d’uso comune e pacifici avranno acquisito proprietà offensive e mortali.
BRUNO GIUSSANI
In realtà, non è necessario immaginare delle intenzioni malevole da parte di qualcuno. Il semplice uso di dispositivi connessi induce già cambiamenti diretti nel modo in cui ci relazioniamo con il mondo. La nostra memoria si deteriora perché prendiamo l’abitudine di cercare informazioni su Google. La nostra rappresentazione della realtà diventa sfocata a causa della difficoltà di distinguere il vero dal falso e il reale dal virtuale.
La nostra capacità di pensare la complessità crolla sotto il peso dell’ipervelocità, dell’immediatezza e delle emozioni. La nostra fiducia viene gradualmente delegata al GPS, così che quando il cartello stradale indica « sinistra » e il navigatore dice « destra », svoltiamo a destra. Ci siamo abituati ad aspettarci risposte immediate, e gli esseri umani sono troppo lenti. Tutto questo, e molte altre distorsioni e scorciatoie mentali, rendono le nostre menti sempre più vulnerabili.
Le innovazioni tecnologiche, che si tratti dell’invenzione della polvere da sparo o dei satelliti, hanno sempre portato a cambiamenti nelle organizzazioni e nelle dottrine militari. Alcune tecnologie, come Internet o il GPS, sono state inizialmente sviluppate per scopi militari, per poi infiltrarsi nella nostra vita quotidiana.
L’esercito statunitense lavora sulla guerra cognitiva da oltre dieci anni. Anche russi e cinesi hanno sviluppato dottrine specifiche, sulle quali riprendiamo qui alcuni elementi del rapporto preparato per la NATO da François du Cluzel.
L’uso da parte della Russia della guerra algoritmica asimmetrica è ben documentato, in particolare le interferenze elettorali ottenute con la diffusione di informazioni false, fuorvianti e divisive attraverso i « social », le cosiddette fabbriche di troll e gli attacchi informatici.
Queste operazioni sfruttano la natura aperta delle società occidentali e dei loro ecosistemi mediatici. L’approccio russo si basa su tecniche e approcci sviluppati già dall’Unione Sovietica.
L’obiettivo, tuttavia, non è più quello di convincere gli altri della superiorità del proprio sistema. Piuttosto, si tratta di seminare dubbi e sfiducia e, in ultima analisi, di indebolire il sistema nemico dall’interno. Questo approccio, noto come « Dottrina del Controllo Riflessivo« , mira a spingere gli avversari ad agire nell’interesse della Russia, modificando la loro percezione del mondo, con l’obiettivo secondario di convincere il bersaglio che è comunque lui che decide.
La Cina, come è noto, utilizza orizzonti di pianificazione strategica più lunghi rispetto ai paesi occidentali. Ha una politica esplicita di duplice utilizzo civile E militare delle tecnologie. Le sue operazioni cognitive sono strutturate attorno a due assi: la cognizione fondamentale, che include approcci e tecnologie che influenzano la capacità di pensiero e di funzionamento di un individuo, e la cognizione subliminale, che si concentra su emozioni, forza di volontà e convinzioni.
Tra l’altro, l’esercito cinese da anni identifica personalità straniere che ricoprono importanti posizioni politiche, militari e diplomatiche. Questi database contengono informazioni su decine di migliaia di individui e costituiscono un chiaro elenco di obiettivi prioritari per delle operazioni cognitive.
Cerchiamo di capire meglio come si svolge un’operazione di influenza, con l’aiuto di Jean-Marc Rickli:
JEAN-MARC RICKLI
Un articolo recente pubblicato da ricercatori legati all’esercito cinese identifica quattro fasi in un confronto cognitivo.
La prima è quella che chiamano « perturbazione dell’informazione« . È un po’ simile a ciò che fanno i russi in termini di controllo riflessivo, disseminando narrazioni che permettano di definire in modo a loro favorevole i termini del dibattito.
La seconda fase è definita competizione discorsiva. Si basa su ciò che spiega lo psicologo Daniel Kahneman, nel suo libro « Pensieri lenti e veloci », cioè il fatto che ognuno di noi ha due sistemi di riflessione e decisione. Il Sistema 1, che è sistema istantaneo, intuitivo ed emotivo che funziona su impulsi e pregiudizi, e il Sistema 2, che è molto più lento, più razionale. C’è quindi un’asimmetria tra il modo e la velocità nelle quali questi sistemi funzionano. La competizione discorsiva prende di mira il sistema 1, i pregiudizi, rinforzando quelli esistenti, creadone di nuovi, per alimentare lo sviluppo di bolle informative.
BRUNO GIUSSANI
E la natura stessa di una bolla informativa è che è molto difficile uscirne per prendere in considerazione informazioni che contraddicono o smentiscono ciò in cui si crede.
JEAN-MARC RICKLI
Il terzo passaggio è quello che chiamano il blackout dell’opinione pubblica, che usa l’analisi attitudinale per creare una mappatura di una determinata popolazione, ovvero per identificare chi tra la popolazione pensa A oppure pensa B. Per poi, in particolare attraverso i « social », inviare informazioni mirate in quantità massicce. Una specie di attacco per sciame, uno « swarm » come si dice in inglese, a livello cognitivo.
Si possono creare così situazioni confuse e caotiche.
Si tratta di qualcosa di completamente nuovo rispetto a quanto visto in passato nel campo della disinformazione o della guerra psicologica, quando si diffondevano messaggi nella speranza che una parte della popolazione vi rispondesse. Oggi, invece, stiamo entrando in una dimensione in cui è possibile identificare con precisione i singoli individui, analizzarne i comportamenti e inviare loro informazioni mirate, in modo da orientarne le reazioni secondo degli obiettivi precisi
BRUNO GIUSSANI
Queste operazioni sono invisibili e possono aver luogo anche in tempo di pace.
È solo la quarta fase che assomiglia alla guerra convenzionale:
JEAN-MARC RICKLI
Sarebbe la fase in cui s’impedisce all’avversario di reagire, in particolare neutralizzando i suoi stessi sistemi di comunicazione e i suoi sistemi digitali.
BRUNO GIUSSANI
In altre parole, attaccando digitalmente, o addirittura bombardando, le sue infrastrutture fisiche.
Di fronte al rapido riallineamento degli equilibri globali, i paesi europei stanno attualmente perseguendo ambiziose politiche di riarmo. Ciò comporta la reinvenzione, dopo anni di « dividendi della pace » e di noncuranza, di assetti di sicurezza ormai inadeguati.
Alla luce di quanto detto finora, e del fatto che gran parte delle campagne cognitive conosciute veicolano visioni antidemocratiche, sembrerebbe quindi naturale che i nuovi bilanci della difesa, in crescita quasi ovunque, contengano un capitolo consistente dedicato alla minaccia cognitiva.
Un primo passo è l’istituzione di sistemi di monitoraggio e di segnalazione precoce. La Francia, ad esempio, ha creato nel 2021 un servizio responsabile del monitoraggio e della protezione dalle interferenze digitali straniere, chiamato Viginum.
Il suo mandato è, cito, di « proteggere il dibattito pubblico dalla manipolazione di informazioni provenienti dall’estero sulle piattaforme digitali« . Altri paesi hanno adottato iniziative simili:
JEAN-MARC RICKLI
Nel 2022 la Svezia ha istituito l’Agenzia di Difesa Psicologica, in particolare in risposta alla guerra in Ucraina, poiché i paesi nordici sono, ovviamente, in prima linea in termini di tentativi d’influenza russi.
Ma non è una vera novità, perché gli stati neutrali, in particolare Svezia, Finlandia – e anche la Svizzera attraverso il suo concetto di Difesa generale – avevano già integrato questa nozione di resilienza e difesa psicologica della popolazione durante la Guerra Fredda.
Ciò che è cambiato, è il contesto internazionale, ma soprattutto i mezzi tecnologici che rendono possibile condurre una guerra cognitiva.
BRUNO GIUSSANI
Abbiamo iniziato questa puntata con François du Cluzel e il suo rapporto per la NATO.
Avviamoci alla conclusione leggendone ancora qualche riga:
VOCE SINTETICA
L’obiettivo della guerra cognitiva è di danneggiare la società, non solo le forze armate.
Il concetto moderno di guerra non riguarda le armi, ma l’influenza.
Per plasmare le percezioni e controllare la narrazione, la battaglia dovrà essere combattuta nel dominio cognitivo con un approccio totalizzante. Ciò richiederà un migliore coordinamento tra l’uso della forza e le altre leve d’azione all’interno del governo.
Potrebbe pure implicare cambiamenti nel modo in cui l’esercito è dotato di risorse, attrezzature e organizzazione, in modo da disporre di opzioni militari al di sotto della soglia del conflitto armato e migliorare il contributo militare alla resilienza
BRUNO GIUSSANI
Jean-Marc Rickli inquadra la risposta militare in un approccio più ampio:
JEAN-MARC RICKLI
Se consideriamo quali paesi hanno maggiori probabilità di essere soggetti a sovversione, sono le democrazie, perché le democrazie danno libero accesso ai cittadini, cosa che non accade negli stati autoritari.
Questa asimmetria di accesso rende le operazioni di contro-sovversione molto più difficili per una democrazia contro uno stato autoritario di quanto non lo sia l’inverso.
Rispondere ai tentativi di guerra cognitiva richiede quindi una risposta multifattoriale, su tutto lo spettro.
Operazioni sia civili che militari. E ciò implica che la risposta sia prevalentemente non militare.
In altre parole, dobbiamo aumentare la resilienza di tutta la popolazione e degli individui a questo tipo di attacco.
BRUNO GIUSSANI
Di fronte alla cattura dello spazio pubblico e personale da parte delle piattaforme tecnologiche, in particolare americane, e all’aumento dei rischi digitali, nel dibattito politico europeo è emerso il concetto di « sovranità digitale ». Ovvero, la capacità di un Paese di proteggere i propri dati, le proprie infrastrutture e di mantenere la propria autonomia strategica.
Si tratta di un tema complesso che, da un punto di vista tecnico, tocca elementi la cui territorialità (e quindi il grado di sovranità applicabile) è variabile: hardware, software, reti, dati, la loro aggregazione e il loro sviluppo.
Le strategie proposte o implementate sono generalmente normative, come l’obbligo di ospitare determinati tipi di dati all’interno dei confini nazionali, o tecniche, come la creazione di infrastrutture digitali nazionali o di nuovi standard di sicurezza.
Esiste quindi, sia negli ambienti politici ed economici che nell’opinione pubblica, una certa consapevolezza dei rischi associati alla dipendenza da attori tecnologici stranieri. Tuttavia, la minaccia cognitiva pone interrogativi che vanno oltre il « dove sono ospitati i nostri dati » e « usiamo soluzioni tecniche locali » – tutte misure essenziali, ma insufficienti.
E’ necessario, per proteggere una forma di autonomia intellettuale che consenta a individui e società di controllare la propria percezione della realtà e di prendere decisioni informate e indipendenti, di pensare anche in termini di sovranità cognitiva.
Nei prossimi due episodi parleremo di risposte non militari alla minaccia cognitiva: dapprima quelle legali e regolamentari, e poi quelle sociali, individuali, educative e culturali.
Per oggi ci fermiamo qui.
Sono Bruno Giussani e questo è il Deftech Podcast. Grazie per il vostro ascolto.
Deftech Podcast
Idea e proiezione : Quentin Ladetto
Minaccia cognitiva
Ideazione e redazione : Bruno Giussani
Realizzazione : Anna Holveck
Registrazione : Saverio Damiani
Mixaggio : Saverio Damiani e Johann Conand
Copertina : Cécile Cazanova
Finzione
Redazione : Martin Quenehen
Attrice : Elaine Miranda
Progettazione del suono : Felix Davi